
Negli anni Sessanta il 26% del territorio agricolo casamassimese, era coltivato a vigneti per una superficie totale di 1800 ettari, di cui mille impiantati a uva da tavola e ottocento a uva da vino. L’uva da tavola era molto richiesta per l’esportazione, mentre l’uva da vino, per un totale di circa 25mila quintali annui, veniva utilizzata per produrre Primitivo.
Nelle annate poco piovose l’uva da vino aveva una vendemmia lunga, in modo che se non si fosse riusciti a venderla, i produttori avrebbero potuto produrre il vino per conto proprio. Nelle annate piovose invece, per evitare che le piogge danneggiassero la produzione, raccolta, vinificazione e vendita venivano concentrate nel giro di poche giornate, portando così il prodotto a un eccessivo calo delle quotazioni.
Inoltre i piccoli produttori erano sprovvisti sia delle attrezzature per la vinificazione, ma soprattutto dei locali adeguati: era risaputo infatti che la fermentazione del mosto produce anidride carbonica e diventava davvero pericoloso effettuarla negli ambienti abitativi.
Così, spinti da queste necessità, dall’esempio dei paesi vicini come Turi e Acquaviva, che avevano inaugurato una propria Cantina sociale, e dalla consapevolezza che in questo modo sarebbe stato possibile smaltire anche le uve non abbastanza estetiche per il mercato, il 22 gennaio 1963 nella sede dei Coltivatori diretti casamassimesi, 104 produttori diedero vita a una società cooperativa a responsabilità limitata denominata Cantina sociale cooperativa di Casamassima srl, che avrebbe avuto durata di 35 anni, salvo proroga per delibera dell’assemblea. Come suoli per la costruzione furono scelti quelli confinanti con il Frantoio sociale, in modo che le due strutture usufruissero degli stessi servizi.
Secondo lo statuto allegato all’atto costitutivo, le principali finalità della Cantina sociale sono:
- la lavorazione in comune delle uve dei soci secondo i dettami della tecnica enologica moderna, predisponendo a tale scopo impianti e attrezzature;
- l’utilizzazione collettiva di tutti i prodotti e sottoprodotti ottenuti dalla lavorazione;
- la vendita in comune dei prodotti per ripartirne il ricavo fra i soci;
- contribuire alle iniziative dirette a promuovere il progresso scientifico e tecnico della viticoltura e dell’industria enologica.
È consentito alla Cantina sociale aderire a istituti e organismi consortili, ed è interessante l’estensione della qualifica di socio anche a produttori non casamassimesi, in quanto era ben noto che anche cittadini residenti in comuni limitrofi avevano vigneti in territorio di Casamassima.
Una volta funzionante, la Cantina sociale rappresentò una garanzia per i consumatori per la buona qualità dei vini messi in commercio (due rossi, un rosato e un bianco, venduti per il 40% all’ingrosso e per il 60% al dettaglio) e riuscì a sconfiggere la speculazione, provocando l’allontanamento dei commercianti disonesti.
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