
Questo reportage, a firma di Attilio Bolzoni, illustre firma de la Repubblica (che insieme al dipartito Giuseppe D'Avanzo aveva pubblicato Il capo dei capi, la vera storia della mafia corleonese), traccia un minimo profilo di quel che accade ai giornalisti in Italia. Noi lo condividiamo, in due puntate, soprattutto per lanciare un messaggio chiaro a chi ha tentato e/o sta tentando di polverizzare il nostro lavoro con terrorismi psicologici (e qualche cos'altro).
***
Sanno troppo, scrivono tutto, e pagano per questo. Minacce, auto in fiamme, proiettili. Soprattutto in Calabria, ma dal Sud al Nord sono più di 100 i giornalisti che rischiano la vita perché fanno il loro mestiere. Ecco le loro storie.
Sono invisibili, facce che non si vedono nei talk show. Sono soli, sperduti nella provincia italiana più lontana. Sono decisi, appassionati, sfrontati. E danno notizie che fanno male. Sul mafioso della porta accanto, sul sindaco che magari è amico del cugino e dello zio, sul compagno di scuola che è diventato trafficante di coca. Scrivono. E più scrivono e più sono in pericolo. Raccontano, e più raccontano e più sono bersaglio. Cronisti di paese, corrispondenti dal fronte. Li vogliono con la bocca chiusa. Muto tu e muto io. Silenzio stampa.
Chi sono? Cosa rivelano e cosa denunciano quei giornalisti senza nome e senza firma che combattono una guerra oscura negli avamposti criminali d’Italia? Quanti sono e a chi fanno paura gli sconosciuti reporter che ogni giorno setacciano i loro territori sputtanando saccheggi, accordi loschi, commerci? Diffondono informazione scomoda. E in cambio ricevono minacce, subiscono attentati, sono destinatari di anonimi, pallottole calibro 12, “consigli”, avvertimenti dedicati a figli e a mogli. È l’inferno del giornalista che vede e che sente e che parla. Quello che non si volta dall’altra parte.
Dall’inizio di questo 2011 sono 143 i cronisti che si sono svegliati all’improvviso di notte per il botto della loro auto saltata in aria, o che hanno trovato una lettera con una croce sopra, o che sono stati pedinati e percossi, che hanno aperto una scatola con dentro la testa di un capretto o di un cane. Avvisati.
Accanto ai pochi noti e famosi come Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosaria Capacchione, ci sono gli altri, gli ignoti, quelli che sopravvivono nel terrore nella Piana di Gioia Tauro, quelli che fanno i conti con i signorotti di Casal di Principe o i guappi napoletani, quelli “guardati” in Sicilia da Cosa Nostra e quegli altri vessati dai malacarne di Viterbo o di Fondi. Non c’è zona franca per i cronisti con la schiena dritta. Se a Partinico preferiscono il fuoco, a Vicenza oscurano i siti web. Se a Sabaudia s’infilano nelle loro abitazioni per impaurirli, in Lombardia fanno uso intimidatorio di querele e cause civili. Ogni volta che un articolo non piace mandano avanti gli avvocati. Piccoli giornali e fogli locali sono sommersi da citazioni. Un modo come un altro per metterli a tacere. Ogni potente ha i suoi metodi. Dopo la “retinata” – è il tirare le redini come si fa con i cavalli – a volte si ottiene l’effetto: il silenzio. È il silenzio quello che conta.
Il giornalista deve stare al suo posto. Una parola di troppo può provocare risentimenti, affossare affari. E così latitanti come Michele Zagaria e Antonio Iovine chiamano in diretta Carlo Pascarella del Giornale di Caserta che sollevava dubbi su certi equilibri criminali: “Noi ci siamo stufati, noi siamo delle famiglie che ci stimiamo da tanti anni e da domani mattina non scrivere più certe cose.. attento, non è che ti stiamo minacciando”.
Dare notizie è peggio. Ne sanno qualcosa i ventuno cronisti calabresi che negli ultimi nove mesi sono stati colpiti. Troppo informati. Sono quasi tutti giovanissimi, qualcuno non ha neanche 30 anni. Precari, pagati a pezzo, senza assistenza legale si aggirano per le vie di Reggio o fra gli ulivi di Rosarno con addosso il fiato dei capobastone. È il drappello più numeroso dei giornalisti a rischio in Italia. Ogni loro articolo è studiato, ogni movimento controllato. In una terra dove la mafia è stata a lungo protetta e coccolata, dove i boss della ‘Ndrangheta non erano abituati a finire in prima pagina, all’improvviso sono arrivati loro. Si chiamano Michele Albanese e Francesco Mollio, Giuseppe Baldessarro e Lucio Musolino, Michele Inserra, Nino Monteleone, Pietro Comito. E ce ne sono tanti, tanti altri ancora.
Le loro storie sono tutte diverse e tutte uguali. Cronache asciutte su omicidi e faide, resoconti impeccabili su operazioni poliziesche e giudiziarie, l’approfondimento dei fatti, le testimonianze. Un giornalismo a tutto campo. Troppo giornalismo. E troppo ravvicinato a quelli che lì sono considerati padroni. Finito il silenzio è cominciato il terrorismo mafioso. Chi si trova un passo avanti entra nel mirino. Chi ha una notizia in più diventa obiettivo militante e “politico” della ‘Ndrangheta che vuole sempre comandare. Anche sui giornali. La loro colpa è quella di far conoscere la mafia calabrese anche fuori dal suo regno.
A Michele Albanese, corrispondente dalla Piana per il Quotidiano della Calabria, di minacce ne sono arrivate esplicite e in codice, firmate e anonime. L’ultima da Rosarno, un paese che in proporzione al numero dei suoi abitanti – appena 15mila – ha 5 volte i mafiosi di Palermo. Da quando ha raccontato la “caccia al nero” nelle campagne dove raccoglievano arance, Michele non ha più avuto pace. Esperto di cose mafiose, descrive gli avvenimenti e li interpreta con il suo sapere. Pericoloso. Spiega bene e spiega troppo. Ha casa a Polistena, che è un piccolo comune sfiorato dalla strada che collega il mar Tirreno allo Jonio. Lo trattano come se fosse un appestato: “Loro sanno chi sei, ti conoscono fisicamente. Li incontri quando escono dal carcere, li incontri al bar, dal benzinaio, al supermercato quando sei con la moglie a fare la spesa, in pizzeria quando le figlie festeggiano il compleanno. Ti fanno capire che sei un nemico: che sei un ‘mpamu, un infame”.
I giornalisti delle grandi testate che raccontano la Calabria scendono due giorni a seguire un fatto e poi se ne vanno, Michele resta lì. Solo nella piazza di Polistena, a guardarsi intorno se qualcuno gli scivola alle spalle.
A Lucio Musolino hanno bruciato la macchina, a Pietro Comito di Calabria Ora hanno spedito la solita lettera (“Sei una cosa fitusa”) e poi è partita la telefonata: “Smettila con i Soriano che ti gettiamo nel cimitero”. I Soriano di Filandari, quelli che facevano politica dagli arresti domiciliari, che comandavano dalla casa dove non potevano uscire. A Giuseppe Baldassarro, anche lui cronista giudiziario per il Quotidiano e corrispondente dalla Calabria per Repubblica, sono state consegnate via posta un po’ di pallottole. Dice Giuseppe: “Il loro obiettivo è quello di farci smettere di scrivere”.
Fino a una decina di anni fa in Calabria si vendeva un solo giornale locale e c’era una sola televisione regionale. Da quando sono nate altre testate e le notizie circolano sui blog, è scoppiata una rivoluzione. È il giornalismo che si è ribellato alla ‘Nrangheta. Le prime vittime sono stati questi 21 colleghi. Silenzio stampa.
Andare oltre. Il confine è impercettibile. Basta trovarsi con un piede dall’altra parte e diventi spione, uno che non si fa gli affari suoi. Bastano 30 righe in cronaca e ti stampano addosso il marchio di sbirro. C’è chi se ne frega e c’è chi evita. La normalità diventa coraggio. Tutti hanno paura, qualcuno va avanti. Isolato dentro e fuori il suo ambiente, compatito e a volte anche attaccato dai colleghi – (“Chi te lo fa fare”; “Te la sei cercata”, “Così vai a sbattere”), scansato come un cane rognoso. Una notizia in più porta sempre guai. Meglio non scrivere.
[continua...]
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