
Il 1° agosto è iniziato il fermo biologico nel Mar Mediterraneo. Quest’estate durerà eccezionalmente due mesi, ovvero fino al 30 settembre. Il fermo biologico è il periodo durante il quale si decreta lo stop alla pesca per raggiungere una doppia finalità: favorire il ripopolamento del mare e delle specie ittiche sovrasfruttate e cercare di risollevare le sorti delle marinerie italiane, sempre più in difficoltà a causa del costante calo di pesce pescato.
Nei primi sei mesi del 2011 si è infatti assistito a un dimezzamento del pescato in Italia, a fronte di un aumento del 16% delle importazioni dall’estero di pesce, ragion per cui, tra l’altro, il fermo quest’anno ha raddoppiato la sua durata, passando da un mese (il periodo classico) a due mesi.
Da Trieste alla Puglia le operazioni di pesca potranno quindi essere nuovamente avviate a partire dal 1° ottobre, anche se la manovra prevede una ripartenza graduale. Si è infatti stabilito che nelle otto settimane successive alla ripresa delle attività si attuerà il cosiddetto fermo tecnico, sia nella pesca a strascico che a volante. Sarà vietato pescare nei giorni di venerdì, sabato, domenica e nei festivi. Risultato: si potrà invece pescare solo per tre giorni la settimana proprio per non vanificare il risultato raggiunto durante il blocco estivo.
A conclusione del periodo di pausa decretato per le coste mediterranee, il provvedimento del governo legato al fermo sarà adottato anche nel Mar Ionio e nel Tirreno, dove il blocco temporaneo dovrebbe concludersi il 29 ottobre.
Se però da un lato il fermo biologico rappresenta certamente una misura indispensabile per la tutela del mare e della fauna marina, dall’altro il risultato più evidente della paralisi nel Mar Adriatico è il venir meno del pescato di quelle acque che costituisce circa la metà della produzione nazionale. Si può cercare di sopperire a tale mancanza importando il pesce dallo Ionio e dal Tirreno, non soggetti attualmente a fermo, ma generalmente i due mari, annoverati tra i meno pescosi, forniscono una quantità di pesce appena sufficiente al sostentamento delle stesse coste ionica e tirrenica.
Di conseguenza gran parte del pesce che si acquista in pescheria o che si trova nei ristoranti in questo periodo proviene dall’estero e il più delle volte giunge nella nostra penisola congelato. Il problema non si pone di per sé nell’origine estera dei prodotti, quanto nella pratica diffusa in ambito marittimo di “spacciare” il pesce importato per nostrano e di farlo pagare a prezzi troppo alti.
Per sciogliere ogni dubbio relativo alla provenienza del pesce in vendita, ciascuna pescheria dovrebbe essere provvista di tesserini di rintracciabilità riportanti informazioni riguardanti soprattutto la provenienza del pesce e la modalità di trasporto utilizzata, dato quest’ultimo grazie al quale è possibile effettuare una distinzione tra pesce fresco refrigerato, ovvero semplicemente conservato nel ghiaccio durante il trasporto, pesce decongelato e pesce congelato o surgelato. Il tesserino, inoltre, dovrebbe riportare esattamente gli stessi dati contenuti nella fattura relativa all’acquisto da parte della pescheria del pesce da vendere al dettaglio.
Per quanto riguarda invece il settore della ristorazione, la Coldiretti ha promosso un’iniziativa finalizzata all’estensione dell’obbligo di etichetta d’origine, già vigente nelle pescherie e nei supermercati, anche nei ristoranti. Si tratterebbe dell’introduzione di una vera e propria “carta del pesce”, da applicare ai menu, che funga da identikit del pesce servito a tavola.
È davvero importante adottare pochi piccoli accorgimenti grazie ai quali reperire tutte le informazioni utili a evitare di mangiare pesce vecchio ed ingiustamente caro.
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