
Nella notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975 moriva uno dei maggiori giornalisti d’Italia. La nostra redazione, che si ispira costantemente al principio di verità fattuale (non solo ‘processuale’) ricorda con questa breve nota Pier Paolo Pasolini, ucciso brutalmente, percosso a colpi di bastone e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia.
La causa della morte, a 36 anni dall’evento, è ancora tabù. Meglio, e forse, più corretto, sarebbe riferire che le indagini continuano ad arricchirsi di sempre nuove piste ma senza mai – davvero – venirne a capo. Forse Pasolini conosceva troppi fatti collegati a politica, malavita, corruzioni..
La biografia. Nasce a Bologna il 5 marzo 1922. È scrittore, poeta, giornalista, drammaturgo, sceneggiatore, regista, attore e montatore. ‘Uno’ completo, insomma, ed è considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo.
Attento osservatore della trasformazione della società dal dopoguerra sino alla metà degli anni Settanta, suscita spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi italiana, ma anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti.
All'inizio del 1973 accetta di scrivere al Corriere della sera, allora diretto da Piero Ottone. «L'Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c'è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra», scriveva nel suo primo articolo.
Alberto Moravia, dopo la sua morte scrisse:
«La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile».
La quasi-leggenda vale la pena di essere narrata.
Quella notte fu percosso a colpi di bastone. Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6 e 30 circa. Sarà l'amico Ninetto Davoli a riconoscerlo.
L'omicidio fu attribuito a un "ragazzo di vita", Pino Pelosi, di 17 anni, che si dichiarò colpevole. Pare che Pasolini lo avesse incontrato a Termini e gli avesse offerto un giro in auto, per proseguire a cena. Poi verso la periferia di Ostia, dove lo stesso Pasolini avrebbe fatto richieste sessuali a Pelosi, alle quali quest’ultimo - racconta - si è sottratto. La discussione, degenerata all’esterno, avrebbe portato lo scrittore a minacciare il 17enne con il bastone che risultò essere lo stesso con il quale fu massacrato.
Ma il racconto di Pelosi, imputato per l’omicidio, presentava evidenti falle: il bastone di legno marcio non sarebbe potuto risultare arma contundente; una colluttazione fra i due fu esclusa a causa dell'assenza di ematomi e simili nel corpo dell'omicida.
Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio in concorso con ignoti e nel dicembre del 1976, con sentenza della Corte d’Appello, venne confermata la condanna.
Fino al 2005 è stata questa la versione ufficiale. Poi, a sorpresa, nel maggio di quell’anno, Pelosi, nel corso di un'intervista, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, dichiarò che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone: fece i nomi dei complici solo il 12 settembre 2008 nel corso di un’altra intervista, pubblicata nel saggio a firma di Giusppe Lo Bianco e Sandra Rizza Profondo Nero (Chiarelettere, 2008).
Le contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che lasciano l'intelligenza (e qualsiasi processo cognitivo) libera di interpretare e di dubitare.
Occorre però ricordare che due settimane dopo il delitto apparve un articolo della giornalista Oriana Fallaci, dove si ipotizzava una premeditazione. Solo 10 anni dopo, i mezzi di informazione iniziarono a sostenere l'ipotesi della Fallaci, dipingendo il Pelosi come "ragazzo di vita", abitudinario della stazione Termini, rilevato da Pasolini come esca per un'eventuale azione punitiva sui quali mandanti si immaginano avversari politici o malavitosi, ai quali lo scrittore avrebbe fatto dello sgarbo per dei tentativi altruistici di redimere dalla strada alcuni giovani.
A oltre 30 anni dalla morte, emerge anche la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.
Un'ipotesi molto più inquietante collega Pasolini alla "lotta di potere" che prendeva forma in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei ed Eugenio Cefis. Pasolini, infatti, si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana: facendone uno dei due personaggi "chiave", assieme a Mattei, di Petrolio, il romanzo-inchiesta (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte.
Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l'alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali. Secondo autori recenti e secondo alcune ipotesi giudiziarie suffragate da vari elementi, fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso. Il 1º aprile 2010, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno raccolto la dichiarazione di un nuovo testimone che potrebbe aprire nuove piste investigative.
Di questi tempi c'è poco da star allegri.
Qui sotto l'ultima intervista a Pasolini, 31 ottobre 1975
[fonti: Corriere della Sera, pasolini.net, Wikipedia]
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