
La seconda edizione della Festa di Liberazione, organizzata dal circolo PRC “Peppino Massaro” e dalla sezione Giovani Attivisti “Peppino Impastato”, ha visto nella serata dell’otto ottobre la villa comunale animarsi di diversi eventi.
Fra la mostra fotografica e i mercatini di artigianato, fra l’intrattenimento offerto da Mago Vago e i colori dei writers, fra la musica dal vivo del Duo Manù e un dibattito su lavoro, università, scuola, ricerca e disagio sociale, spicca la partecipazione del sociologo Leo Palmisano che ha presentato il suo ultimo romanzo, 34.
Chiacchierando con il moderatore Gianluca Vernole e il segretario del circolo Vito Mangialardo, Palmisano, già autore di poesie e saggi, ha parlato dei fili che si muovono attraverso la sua storia, un’epopea tragica e tragicamente attuale, quella di una generazione che si trova in difficoltà perché priva di un’educazione sentimentale.
Il protagonista maschile del romanzo è incapace di scelte affettive: subisce degli affetti che poi eredita e che lo portano a confondere l’amore con il senso di colpa su cui costruisce il suo profilo. Tutto questo lo conduce a una vita cinica, a una chiusura degli affetti verso gli altri.
Quando poi si innamora di una donna più grande che ha già una figlia, e si trova improvvisamente a fare i conti con la paternità, la sua chiusura viene ferocemente maggiorata dalla necessità di trovare un impiego e dal confronto con un mercato del lavoro che allo stato attuale, non da collocazioni né possibilità. Solitudine, precarietà, nessun aiuto, il dolore per la mancanza di opportunità, tutto si traduce in finzione, in una impossibilità di crescere.
Quattro protagonisti, quattro storie, quattro punti di vista sull’amore: i personaggi sono una sintesi di esperienze e cenni biografici, sono personaggi reali che spesso il dolore rende muti, che qui hanno la loro possibilità di esprimere il proprio punto di vista, spesso inascoltato.
A fare da sfondo alla vicenda il quartiere Carrassi, con la sua nervatura complessa, un quartiere che non reagisce ma interagisce, dove circolano idee che poi vengono messe al servizio della città.
Carrassi è il quartiere dove sorge la Chiesa Russa e dove convivono due patriarcati, è il quartiere in cui a metà degli anni ’70 si è insediata una comunità eritrea oramai giunta alla terza generazione con ragazzi che vanno all’università, è il quartiere dove sono giunti i figli della diaspora armena, un quartiere che da industriale ha saputo evolversi in commerciale; è il quartiere dove c’è il carcere, ma dove la criminalità è controllata dal rione stesso, dove vive ancora l’ultimo grande mercato di strada e dove pur mancando il folklore c’è la possibilità di condurre uno studio etnografico.
Un vero e proprio quartiere del mondo, che ha contribuito a risollevare Bari dall’idea di una città appiattita a quarant’anni fa, una città che non è più solo criminalità e borgo antico e che sta cercando di insistere su un piano culturale più ampio.
La vicenda propone due drammi generazionali, perché se già il presente ha così poco da offrire, cosa succederà nel futuro? Cosa ne sarà della figlia del protagonista, cosa la aspetta?
Una prospettiva è possibile nella voglia di comunità e socialità, nelle armi di una generazione che ha dovuto farsi le ossa da sola in un mondo che si evolve troppo velocemente, senza il confronto con la generazione precedente che forse in questo mondo neanche si riconosce più.
Prima che con la precarietà lavorativa, c’è da fare i conti con il precariato affettivo, su cui purtroppo non si viene soccorsi da nessuno.
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